L’approccio bottom up delle Comunità energetiche

9 Febbraio 2021 OPINIONI , POLICIES
L’approccio bottom up delle Comunità energetiche

Le comunità energetiche: un’opportunità per “federare” gli edifici smart. Le direttive 2018/2001 (promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, nota come Red II) e 2019/944 (norme comuni per il mercato interno dell’elettricità, Iem), entrambe facenti parte del Clean Energy for All Europeans Package, hanno introdotto le nuove definizioni relative ad autoconsumo individuale e collettivo e alle comunità dell’energia. L’autoconsumo collettivo supera il vincolo “1 generatore-1 consumatore”, offrendo a più consumatori la possibilità di sfruttare un impianto “condiviso”.

Le direttive definiscono la comunità energetica come “un soggetto giuridico” fondato sulla “partecipazione aperta e volontaria”, il cui scopo prioritario non è il profitto ma il raggiungimento di benefici ambientali, economici e sociali per i suoi membri o soci. Le Renewable energy Community (Red II) hanno il diritto di produrre, consumare, immagazzinare e vendere l’energia rinnovabile (non solo elettricità). Le Citizens Energy Community (Iem) possono partecipare alla generazione, alla distribuzione, alla fornitura, al consumo, all’aggregazione, allo stoccaggio dell’energia elettrica, anche non da fonte rinnovabile, ai servizi di efficienza energetica o a servizi di ricarica per veicoli elettrici.

Rse ha seguito fin dall’inizio l’evoluzione della normativa, e ha fornito supporto tecnico al ministero dello Sviluppo economico per il processo di implementazione dei nuovi schemi nella legislazione nazionale. Inoltre, nell’ambito del Piano triennale di ricerca di sistema 2019-2021, Rse è incaricata di svolgere attività di studio per supportare lo sviluppo di alcuni progetti pilota, da cui trarre indicazioni per il recepimento complessivo della normativa europea nella legislazione nazionale.

L’ingegner Diana Moneta, del dipartimento Sviluppo Sistemi Energetici di Rse, spiega che “finora gli impianti fotovoltaici in autoconsumo erano utilizzati solo marginalmente negli edifici con più unità immobiliari: nei condomìni si poteva sfruttare l’energia prodotta con piccoli impianti collegati unicamente ai carichi comuni degli edifici – ascensori, illuminazione condominiale – mentre l’eccesso di produzione finiva in rete. Con il recepimento, per ora parziale, della direttiva rinnovabili nella legislazione nazionale, le opportunità sono più ampie: gli autoconsumatori collettivi di energia rinnovabile possono condividere, tramite uno schema virtuale, l’energia del tetto fotovoltaico.

“Si tratta di un notevole passo in avanti – precisa Moneta – perché, tanto per iniziare, si possono installare impianti fotovoltaici più grandi: l’impianto rimane fisicamente collegato al contatore del condominio ma, grazie alla digitalizzazione, si può conseguire un maggior livello di condivisione dell’energia”. Inoltre, soprattutto nel caso delle Energy Community, “l’utilizzo delle fonti rinnovabili, grazie a un approccio ‘bottom up’ integrato sul territorio, è più efficiente e contribuisce a rimuovere la sindrome Nimby, che rappresenta uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo di impianti da fonti rinnovabili quando questi sono sviluppati da soggetti che non hanno legami con il territorio senza coinvolgere le comunità locali”.

La realizzazione degli schemi per l’autoconsumo collettivo e le comunità dell’energia, prosegue Moneta, “richiede competenze tecniche, capacità di engagement, conoscenza dei processi autorizzativi e persino degli aspetti fiscali: evidente il ruolo che può essere ricoperto da realtà come le ESCo, per promuovere il nuovo ruolo del prosumer nella transizione energetica. Come Rse cerchiamo di sensibilizzare su queste opportunità fornendo i risultati dei nostri studi, e interagendo anche con le piccole aziende, le Pmi, per consentire loro di entrare in nuove attività di business e raccogliere i loro quesiti e suggerimenti”.

A tale scopo Rse ha avviato alcune specifiche attività di valutazione sui progetti pilota selezionati, spiega Moneta, “con il fine di svolgere analisi dei benefici non solo dal punto di vista energetico, ma considerando anche la dimensione economica, ambientale e sociale, sia per i soggetti direttamente coinvolti nelle iniziative, che per il sistema nel suo complesso”. E “per trovare, nei diversi contesti territoriali, modelli che sia possibile replicare, in modo di trarre il massimo vantaggio conseguibile da una crescente integrazione tra produzione e consumo all’interno di queste realtà”. Per gli schemi d’autoconsumo collettivo sono stati selezionati nove progetti pilota tra quei soggetti che hanno offerto la possibilità di diversificare la sperimentazione stessa in termini di tecnologia adottata, tipologia d’utenza e dimensione del progetto, nonché “modello di business” rispetto al soggetto che investe nell’impianto Fv.

Con riferimento alle Comunità energetiche, nell’ottica di una visione di più ampio respiro, Rse ha avviato uno studio che va oltre l’attuale quadro normativo e regolatorio promuovendo sei progetti pilota che non prevedono limitazioni alla potenza di generazione installata, come attualmente previsto dalla normativa transitoria, e considerano punti di immissione e di prelievo sottesi alla medesima cabina primaria.

A rendere difficoltoso lo sviluppo di questi schemi, precisa Moneta, “non sono le norme secondarie di Arera o del ministero dello Sviluppo economico, pur complesse: l’Autorità è intervenuta definendo il modello di regolazione da applicare a questi nuovi soggetti; il Mise, con proprio decreto, ha stabilito le modalità di incentivazione dell’energia condivisa e i requisiti che devono avere i soggetti per l’attivazione delle comunità energetiche rinnovabili. Il problema è calare queste nuove iniziative in un quadro normativo esistente molto stratificato, con iniziative legislative che talvolta risultano in contrasto tra di loro o comunque di non agevole interpretazione (si pensi alle detrazioni fiscali). Occorre perseguire schemi efficienti per la collettività”.

“La centralità del consumatore rappresenta uno dei pilastri della strategia di decarbonizzazione e, con un approccio bottom up, le comunità dell’energia favoriscono la partecipazione dei cittadini”, si dice convinta Moneta. Certamente un contributo importante viene “dalla digitalizzazione delle reti e delle utenze”, ma si prospetta “una fase più complicata legata agli sviluppi della domotica, caratterizzata negli ultimi anni da una particolare vivacità. Pensiamo agli ecosistemi di Google (Home) o Amazon (Alexa), che consentono di attivare tramite lo smartphone la riproduzione di contenuti audio e video, di avviare elettrodomestici smart, di regolare la temperatura di casa, di accendere o spegnere le luci. Di recente vediamo sul mercato sempre più prodotti e soluzioni compatibili con questi ecosistemi superando la difficoltà di integrare prodotti di costruttori differenti. Tuttavia, per evitare una sorta di oligopolio, la Commissione ha promosso progetti europei per studiare soluzioni aperte a tutti i costruttori e agli sviluppatori di nuove applicazioni anche in ambito energetico (es. il progetto interConnect, cui partecipa Rse). Bisogna pensare a servizi in ambito domestico facili da usare, che al contempo siano rispettosi della privacy. Le regole del gioco devono consentire pari opportunità di partecipazione ai grossi e ai piccoli operatori: questi ultimi hanno le competenze in alcuni settori quali l’impiantistica o i sistemi di produzione e distribuzione del calore, in Italia abbiamo diversi esempi di realtà innovative”.

 

 

 

 

 

A proposito dell'autore

Giornalista, tra il 2006 e il 2016 direttore di Staffetta Quotidiana.

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