Uno strumento che piace all’industria

14 Luglio 2015 EFFICIENZA , NEWS
Uno strumento che piace all’industria

I titoli di efficienza energetica – i cosiddetti certificati bianchi – continuano ad aumentare e stanno progressivamente spingendo l’industria verso progetti sempre più complessi e strutturati di efficientamento, soprattutto in quei settori dove il costo dell’energia è strategico in un’ottica di competitività. A spiegarcelo è Marco Borgarello che guida l’Energy Efficiency Research Group di RSE SpA – Ricerca sul Sistema Energetico. Nel meccanismo di emissione dei Titoli di efficienza energetica, RSE, insieme ad ENEA, ha il ruolo di valutatore:  svolge l’attività di supporto tecnico al GSE per lo svolgimento della valutazione tecnico-economica dei risparmi dei progetti.
“I Titoli di efficienza energetica rilasciati nel 2014 sono aumentati del 23% rispetto al 2013 – spiega Borgarello – Il meccanismo quindi ha avuto successo, sta crescendo e si sta sempre più spostando verso il settore industriale”. Una trasformazione dovuta al fatto che il meccanismo stesso è diventato, in un certo senso, più selettivo anche a seguito di aggiustamenti normativi che hanno imposto il divieto di cumulo con altri strumenti di incentivazione e che hanno limitato la possibilità di richiedere l’incentivo solo per progetti nuovi o ancora da realizzarsi: “Nei primi anni di avvio del meccanismo si è fatto un uso prevalente del rilascio di TEE per progetti standard, valorizzando  interventi abbastanza semplici, standardizzati, per ognuno dei quali veniva riconosciuto un certo ammontare di risparmio. Oggi tale tendenza è in calo a favore del continuo e marcato incremento dei titoli rilasciati attraverso PPPM, proposte di progetto e dei programmi di misura. Vengono presentati dei progetti più complessi ed avanzati di efficientamento che trovano maggiori possibilità di applicazione nell’industria”. Insomma, non si tratta più di sostituire le vecchie lampadine a tungsteno con i led ma di interventi che incidano maggiormente sui processi produttivi.

“Nel 2014 – prosegue Borgarello – il 74% della PPPM hanno riguardato interventi di miglioramento dell’efficienza industriale. In termini assoluti circa 750 PPPM hanno interessato il settore industriale. Tra i progetti che abbiamo analizzato, abbiamo individuato 4 macro-tipologie: interventi che riguardano il miglioramento dell’efficienza del processo produttivo; interventi per l’efficienza nella generazione e nel recupero del calore da utilizzare ad esempio per processi di essicazione o cottura; interventi per migliorare i meccanismi di azionamento e automazione; ed infine interventi finalizzati a migliorare l’efficienza nella generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili”

Si tratta prevalentemente di interventi relativi alla generazione e recupero del calore e interventi di ottimizzazione energetica dei processi perché il criterio principe rimane comunque l’abbattimento dei costi: “Tendenzialmente l’industria punta a fare interventi per l’efficienza energetica che hanno dei tempi di recupero dell’investimento tra i due e i quattro anni. Si tratta di sostituire sistemi obsoleti o di eliminare sprechi e di ottimizzare tecnologie già collaudate. Tranne casi sporadici, quindi, non si hanno interventi che vanno a incidere profondamente sull’assetto produttivo dell’industria, in quanto tali azioni richiederebbero significativi  costi di realizzazione, difficilmente compatibili con l’attuale congiuntura economica”.

Quali sono i settori nei quali si è lavorato di più per raggiungere una maggiore efficienza energetica? “Possiamo dire – conclude Borgarello – che il criterio che ha guidato l’efficienza energetica nel settore industriale è stata la ratio economica: dove applicare misure di efficienza energetica significava essere competitivi, si è fatto molto. E’ stato il caso delle industrie fortemente energivore e per produzioni dal basso valore aggiunto, come ad esempio il cemento”. Sono aziende per le quali il costo dell’energia è strategico e quindi va il più possibile contenuto: “Gli ulteriori interventi che potrebbero fare sarebbero così onerosi che spesso hanno difficoltà a realizzarli, anche considerando il periodo di crisi che sta attraversando il nostro sistema economico”. Ci sono invece altri settori, per i quali i risparmi conseguibili per la riduzione dei costi energetici non sono così strategici per la competitività: “Sono aziende, ad esempio nel settore alimentare  che hanno dei brand forti e per le quali il costo dell’energia incide per 10/15% dei costi di produzione; per queste realtà è, ovviamente, importante fare efficienza ma non è così strategico nelle politiche di marketing del prodotto. Sono aziende che hanno già realizzato alcuni interventi per l’efficienza ma che probabilmente non hanno sfruttato a pieno tutte le opportunità a disposizione”.

Di Francesco Sellari

A proposito dell'autore

Giornalista, reporter video e addetto stampa. Collaboratore di RES Magazine

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