Le imprese italiane investono in R&S. Ma bisogna fare di più in ottica internazionale

30 marzo 2015 OPINIONI
Le imprese italiane investono in R&S. Ma bisogna fare di più in ottica internazionale

Le imprese italiane investono in ricerca, soprattutto per migliorare l’efficienza, settore nel quale il nostro paese è sicuramente una punta di eccellenza in Europa. Ma bisogna fare di più e meglio per saper cogliere le opportunità di finanziamento europeo. Intervista a Massimo Beccarello, vicedirettore politiche per lo sviluppo, energia e ambiente di Confindustria

Come valuta le priorità stabilite dalla Ue nella Strategia per l’Unione energetica?
La Commissione Europea si è posta l’obiettivo di fornire ai consumatori europei (privati e imprese) un’energia che sia sicura, sostenibile, competitiva e conveniente. L’importanza di mettere in campo azioni dirette verso una visione integrata, omnicomprensiva e di lungo periodo in ambito energetico e ambientale è da tempo evidenziata dagli stakeholders del settore: attraverso approcci congiunti al tema della sicurezza energetica si potranno operare azioni sia all’interno che all’esterno dell’Unione. Per ciò che riguarda i rapporti con i paesi extra UE, gli effetti benefici saranno principalmente dati dalla diversificazione delle fonti di approvvigionamento e da partnership con i paesi esportatori di energia. All’interno dell’Unione si potranno invece ampliare le interconnessioni, raggiungendo il target del 10% al 2020 e del 15% al 2030. Il combinato disposto di queste azioni agevolerà lo sviluppo del mercato unico dell’energia, elemento fondamentale per la crescita dell’Europa, e l’aumento dei posti di lavoro.

La ricerca può aiutare la sicurezza energetica della Ue e se sì come? Secondo lei quali tecnologie sono da porre tra le priorità per gli investimenti in R&S?
Politiche stabili e di lungo periodo come quelle indicate agevoleranno gli investimenti in R&S di nuove tecnologie (Carbon Capture and Storage e Carbon Capture and Use), di sistemi smart, di sistemi ad alta efficienza energetica e di produzione energetica (fonti rinnovabili, bioenergie). La ricerca può dare un importante apporto sul tema della sicurezza energetica secondo due principali direttrici: la riduzione dei consumi e la generazione elettrica. Ampio sviluppo deve essere dato alla R&S di nuove tecnologie per l’efficienza energetica, in particolare nell’edilizia e nei trasporti, settori in cui si registrano i maggiori consumi e le maggiori percentuali di risparmi possibili. Lo sviluppo di sistemi demand response, come applicazioni di domotica user-frendly, oltre a comportare un abbassamento dell’energia utilizzata, agevolerà anche la competizione comunitaria e la predisposizione di investimenti nel settore. Impulso determinante alla ricerca in questo campo sarà poi dato dallo sviluppo delle sinergie, previste dal pacchetto dell’Unione energetica, tra policy di efficienza energetica, efficienza delle risorse ed economia circolare (waste to energy).
Riguardo alla ricerca nella generazione elettrica si deve considerare il fatto che l’Europa è ancora leader nel campo dell’innovazione per le energie rinnovabili: agevolare lo sviluppo di investimenti nelle imprese ad alta tecnologia del settore energetico rinnovabile condurrà a un ulteriore ampliamento della generazione da FER e a una maggiore prevedibilità di questi sistemi. Tutto ciò comporterà la diminuzione dei costi dell’energia e la riduzione della dipendenza dai paesi esportatori. Si deve quindi operare affinché l’Europa sia leader nelle tecnologie rinnovabili e ad elevata efficienza, come smart grid, smart building, smart equipment e storage.

Come si stanno muovendo le aziende italiane di settore, in termini di investimenti in ricerca?
Va fatta una premessa: dobbiamo incrementare la spesa totale italiana in R&S che, nel 2010, è stata pari all’1,25% del PIL (più della metà sviluppata dal settore privato). Si deve inoltre indirizzare la spesa coerentemente con le effettive possibilità del territorio, valorizzando le eccellenze italiane come l’efficienza energetica. Nel 2011 in Italia il 23,8% della spesa pubblica in R&S è stato destinato al settore dell’efficienza energetica e sono circa 250.000 aziende coinvolte direttamente o indirettamente nella domanda per investimenti in questo settore.
Le spese per la protezione dell’ambiente sviluppate dalle imprese italiane superano abbondantemente quelle degli altri Paesi europei:  nel 2011 le nostre aziende hanno investito in media circa 200 euro pro capite, a fronte di una media UE di circa 100 euro pro capite. Nel periodo 2008-2012 ben il 22% dell’industria nazionale ha scommesso su tecnologie green: nel settore manifatturiero le imprese eco-innovative rappresentano il 33% del comparto.
E i ritorni economici delle politiche industriali che fanno leva sul settore R&S dimostrano l’efficacia di questa scelta. Nel settore manifatturiero il 25,8% delle aziende che hanno sviluppato eco-innovazione hanno ottenuto nel 2013  un aumento del fatturato. Inoltre un’impresa orientata all’innovazione per la sostenibilità ambientale registra migliori performance in termini di esportazione e quindi di redditività (il 17,5 % delle  imprese che effettua investimenti green è anche esportatrice contro il 10% di imprese che non investono). Si può quindi considerare che le imprese italiane, nonostante il periodo congiunturale di crisi, stiano lavorando per innovarsi e crescere, ponendosi in modo proattivo sul mercato europeo.

Le aziende italiane sono in grado di sfruttare a pieno le potenzialità di finanziamento che arrivano dall’Europa per fare ricerca nel settore energetico?
Investimenti intelligenti, nella ricerca e nell’innovazione, sono alla base di numerosi progetti comunitari, tra i quali il più importante è Horizon 2020. Almeno il 60% della dotazione complessiva di Horizon 2020 è collegata al settore energetico per il quale sono stanziati 531.3 M di euro. Le proposte finora presentate sul tema sono state 819 e il tasso di successo è il 14,3%. Fra queste proposte, ben 117 erano a coordinamento italiano ma soltanto 11 di queste sono state finanziate. Considerando anche i partecipanti italiani in proposte a coordinamento estero si può stimare un contributo finanziario totale per l’Italia, aggiornato al febbraio 2015, di 43,4 M di euro. Nonostante l’Italia sia il secondo paese più attivo, dopo la Spagna, per numero di proposte presentate (progetti a coordinamento italiano) e il terzo, dopo Spagna e Germania, per numero totale di partecipanti in tutte le proposte, presenta un tasso di successo estremamente inferiore alla media UE. Considerando nello specifico il bando di Horizon 2020 nel settore dell’efficienza energetica, nel quale sono stati messi a disposizione 21 M di euro nel 2014, si osserva un tasso di successo italiano pari al 3,1%. L’Italia si è infatti collocata prima per numero di partecipazioni (127 progetti) ma soltanto 4 sono state effettivamente finanziate, per un totale di 2,1 M di euro.
Il tessuto imprenditoriale italiano si sviluppa secondo una fitta rete di imprese medio-piccole e alcune grandi aziende. Alle PMI è dedicato circa il 15% della dotazione finanziaria complessiva di Horizon 2020. Nella prima fase del programma le proposte presentate da PMI italiane in merito al tema dell’energia sono state 938 e per 640 già si conosce l’esito della valutazione (soltanto 8 hanno ricevuto il finanziamento). Il totale delle proposte italiane sull’eco-innovazione sono state invece 684 e per 440 di queste si conosce l’esito della valutazione (soltanto 8 hanno ricevuto il finanziamento).
La grande partecipazione italiana ai bandi europei dimostra che le nostre aziende hanno le competenze per non perdere l’occasione presentata dai finanziamenti UE sulla ricerca, specialmente quando pongono in atto sinergie e lavorano in modo integrato. Sviluppando accordi di filiera si ottengono infatti vantaggi per aggredire il mercato nazionale e, soprattutto, internazionale. Considerando ad esempio lo sviluppo della green economy a livello globale risulta evidente come siano richiesti progetti di ampie dimensioni molto strutturati, in particolare nei Paesi emergenti. Data la molteplicità delle tecnologie in campo, il loro sviluppo attraverso programmi di ricerca e sviluppo integrati fra più aziende può quindi essere una delle soluzioni per imporsi con forza su questi mercati, oltre che su quello europeo.

a cura di Francesco Sellari

Le imprese italiane investono in R&S. Ma bisogna fare di più in ottica internazionale ultima modifica: 2015-03-30T12:33:22+00:00 da Francesco Sellari

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