I benefici per la ricerca di un maggior coordinamento europeo

30 marzo 2015 NEWS , RICERCA DI SISTEMA
I benefici per la ricerca di un maggior coordinamento europeo

L’ “Energy Union” può contribuire a un maggior coordinamento delle attività di ricerca nel settore elettrico nei Paesi membri, con ricadute positive per il mercato e per la definizione di un ruolo guida della ricerca europea a livello globale, soprattutto nel settore delle smart grids. Sono alcune delle suggestioni che emergono da questa intervista a Romano Ambrogi, responsabile Sviluppo e Pianificazione della ricerca di RSE.

La recente comunicazione della Commissione UE sulla strategia dell’Unione in campo energetico pone per la prima volta la ricerca tra i cinque pilastri di primaria importanza, assieme ai temi della sicurezza e della ristrutturazione del sistema energetico. Cosa ha determinato questa svolta?
La questione della ricerca scientifica e tecnologica in Europa è dibattuta da diversi anni, in quanto l’Unione ha preso coscienza del diverso impatto che gli investimenti in R&D provocano nell’economia dei Paesi membri in confronto ad altre economie extra europee. Questo è un dato generale, che impone un ripensamento sui rapporti tra la produzione di know-how e la sua applicazione nelle attività economiche. Più in particolare il settore energetico, che in Europa è condizionato in larga misura dall’importazione di materie prime energetiche, è orientato a incrementare in modo drastico la percentuale di utilizzo di energia da fonti rinnovabili. Questo comporta non solo l’adozione su larga scala di tecnologie di conversione dell’energia, ma anche la predisposizione di un sistema complesso di distribuzione dell’energia, che si basa su infrastrutture consolidate nel tempo. Il trasferimento delle tecnologie innovative con tempi adeguati e con la necessaria gradualità è quindi condizione imprescindibile per una effettiva valorizzazione della ricerca. In questo senso “l’Energy Union” può effettivamente indicare una strada che sfrutti le notevoli potenzialità scientifiche e industriali presenti in Europa e le armonizzi a vantaggio di tutti i Paesi membri.

Questa decisione europea corrisponde a un’accelerazione della ricerca che ha mostrato nuove possibilità? O è frutto dell’urgenza di una maggiore indipendenza energetica sottolineata dalle inquietudini politiche che serpeggiano ai confini del territorio dell’Unione?
Non va dimenticato, a questo proposito, che l’evoluzione delle tecnologie ha conseguito “salti quantici” importanti e decisivi nell’esplorazione di sistemi di conversione dell’energia rinnovabile sempre più performanti e meno costosi, con l’obiettivo della gridparity tra le fonti rinnovabili e quelle fossili. E che si sono nel frattempo consolidati settori quali l’Ict e la scienza dei materiali, considerati a ragione enabling technologies. La contaminazione dei settori è perseguita da tempo dai Programmi Quadro di ricerca della UE, ma restano opportunità di portata ancora poco esplorata per applicazioni di diretto interesse per il sistema energetico. In questi ultimi tempi, ad esempio, è cresciuta l’attenzione a tutti i problemi dell’accumulo energetico, con particolare riguardo all’elettricità, che come noto deve essere prodotta e utilizzata simultaneamente e quindi si gioverebbe immensamente di un aumento delle possibilità di accumulo a costi competitivi. Ebbene, proprio dalla gestione attenta e innovativa delle risorse di accumulo grazie a tecnologie ICT e dall’applicazione di nuovi materiali ai dispositivi elettrochimici sembrano in arrivo possibilità finora impensabili. La spinta all’innovazione imposta dalla geopolitica si coniuga con la necessità di sfruttare meglio il potenziale offerto dall’area europea della ricerca ma con una evidente difficoltà a trasferire tale valore alla filiera produttiva. Questa difficoltà è in parte dovuta alla frammentazione e dispersione degli sforzi di ricerca nei vari Paesi membri, che hanno bisogno di una migliore capacità di guida e di focalizzazione su obiettivi condivisi e sostenibili in un’ottica appunto di Unione. Il nostro Paese è ulteriormente caratterizzato da una polverizzazione delle competenze in una pluralità di piccoli gruppi, alcuni dei quali ben connessi al circuito internazionale, ma spesso senza una precisa governance. Ne risulta che molte delle idee brillanti e delle intuizioni anche imprenditoriali non trovano lo sviluppo internazionale che meritano. Inoltre, last but not least, un tema che va affrontato con il dovuto rigore scientifico è quello della tutela ambientale e quindi della sostenibilità complessiva dal punto di vista economico e ecologico.

Quali sono i settori in cui l’Europa ha le carte migliori da giocare?
Vorrei citare in particolare, per quanto riguarda il comparto dell’energia elettrica (che riceve un’attenzione specifica nelle politiche energetiche dell’Unione) il settore delle smart grids, ovvero quell’insieme di tecnologie e di sistemi che consentono un’effettiva integrazione delle fonti energetiche meno tradizionali e dell’utilizzo razionale dell’energia elettrica. La posizione europea, in questo caso con un apporto notevole da parte italiana, è obiettivamente di leadership per un complesso di fattori. Il primo è l’esistenza di un sistema di trasporto in alta tensione paneuropeo evoluto e interconnesso e di reti di distribuzione migliori di quelle esistenti in molti Paesi di lunga industrializzazione. Inoltre la decisa spinta verso l’introduzione delle fonti rinnovabili nella produzione elettrica ha comportato un’esperienza notevole nella gestione dei sistemi elettrici con una grande presenza di fonti aleatorie e di generazione distribuita.
La Commissione ha favorito la sperimentazione di tecniche diverse di realizzazione delle smart grids e anche una riflessione sulle esperienze raccolte. In questo contesto la nostra società ha contribuito in prima fila rappresentando l’Italia nelle attività della European Electric Grid Initiative (EEGI), istituita dalla Commissione per la realizzazione dello Strategic Energy Technology Plan. EEGI ha curato l’analisi critica delle realizzazioni dimostrative avviate in Europa da una pluralità di soggetti e ha collaborato con il Joint Research Centre (Energy) per disporre di una base conoscitiva adeguata. Sul fronte della ricerca è ancora a guida RSE il Joint Project Smart Grids della European Energy Research Alliance che porta a sintesi i lavori dei principali centri di ricerca pubblici che si occupano di reti elettriche.
L’apprezzamento e la considerazione di cui godono le esperienze di ricerca, sviluppo e dimostrazione sulle smart grids effettuate in Europa è testimoniato dall’istituzione di un Implementing Agreement della International Energy Research Agency, denominato ISGAN (International Smart Grid Action Network) che ha in corso importanti iniziative estese sia a Paesi industrializzati come la Corea del Sud e gli Stati Uniti, sia a zone in sviluppo come il Sud America, per applicare le conoscenze e i metodi sperimentati in Europa anche ai contesti più diversi. Ancora una volta un collega di RSE (tra i promotori di questa iniziativa) è stato riconfermato alla guida dell’Implementing Agreement. Inutile dire che la Commissione favorisce in ogni modo la valorizzazione della posizione europea portata avanti da queste iniziative.

Ritiene che ci saranno risultati più importanti nell’affinamento di tecnologie già vicine alla maturità o in settori che oggi fatichiamo ancora a mettere a fuoco con precisione?
Ci aspettiamo molto dall’integrazione di discipline diverse e da una feconda interazione tra le attività di ricerca dei laboratori – sia pubblici che privati – e quelle prototipali a guida industriale. L’industria manifatturiera e in generale i vendors offrono opportunità basate su prodotti di alta tecnologia, che però non sempre è possibile integrare con successo nel sistema. Un ruolo importante nella dinamica di un settore regolato come quello delle reti di energia elettrica, dove esistono monopoli naturali, è inoltre giocato dalle Autorità Nazionali. L’assetto dei mercati elettrici è infatti un potente driver dell’evoluzione tecnologica, facendo prevalere soluzioni diverse a seconda delle decisioni che vengono prese a carico degli operatori regolati. Ciò è tanto più vero se si pensa al complesso normativo che presiede ai servizi dopo il contatore, che coinvolgono un mercato potenzialmente amplissimo e assai diffuso.

a cura della Redazione

I benefici per la ricerca di un maggior coordinamento europeo ultima modifica: 2015-03-30T12:52:21+00:00 da Francesco Sellari

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