Italia: cresce la ricerca

9 dicembre 2013 NEWS , OPINIONI
Italia: cresce la ricerca

Intervista a Massimo La Scala, Professore ordinario di Sistemi elettrici per l’energia al Politecnico di Bari, curatore del Rapporto I-Com 2013 sull’innovazione energetica.

Un panorama generale sulla spesa mondiale per ricerca e sviluppo nel settore energetico. Quali sono i motivi che hanno portato a un aumento degli investimenti privati e al boom di quelli cinesi?
“Si è riscontrato a livello globale un radicale incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico, pari a oltre il 34% tra il 2010 e il 2011. Dopo la riduzione del 2010, hanno raggiunto il nuovo record di 88,4 miliardi di dollari, dovuto principalmente al notevole contributo degli operatori privati, pari a 52,1 miliardi di dollari.
Volendo disaggregare questo dato in macroaree, gli investimenti statunitensi in R&S nel 2011 sono pari a 13,9 miliardi di dollari, decisamente superiori a quelli registrati nel 2008. Uno dei motivi è rappresentato dalle interazioni economiche scaturite dalla crisi che hanno dunque spinto verso nuovi orizzonti tecnologici e di conseguenza verso maggiori investimenti.
Situazione differente nella UE27, in cui la crisi economica degli ultimi anni riduce notevolmente il tasso di incremento degli investimenti privati in R&S e non vi sono tangibili modifiche agli investimenti pubblici. Nella UE27, dopo il picco del 2010, quando gli investimenti pubblici sono stati pari al 31,5% del totale, si è registrata una discesa (27,9% nel 2011).
In realtà, la crescita degli investimenti mondiali nel settore energetico per R&S è da attribuire soprattutto allo notevole incremento dei finanziamenti cinesi. In particolare, a partire dal 2005, anno in cui le risorse cinesi erano superiori a quelle investite dagli Stati Uniti, inizia un’ascesa repentina che raggiunge, nel 2011, i 37,4 miliardi di dollari. Il tasso di incremento, rispetto agli altri paesi è rilevante, infatti dal 2005, gli investimenti cinesi in R&S crescono annualmente a un tasso composto medio del 29,7%, mentre quelli statunitensi, aumentano del 7,3%. La predominanza di tali investimenti è però da attribuire maggiormente  ad investimenti pubblici; infatti, nel 2006, la Cina ha adottato una strategia a lungo termine atta a valorizzare la ricerca e sviluppo. Inoltre, il Governo prevede di raggiungere  il 2,5% del Pil complessivo al 2020 di investimenti in ricerca e sviluppo. Anche gli investimenti privati sono aumentati in maniera considerevole, raggiungendo nel 2011 i 17,8 miliardi dollari.
Le strategie governative cinesi puntano tra l’altro, alla ricerca di base, oltre che al rafforzamento degli sgravi fiscali per le imprese che investono in R&S, a sostegno dell’innovazione Made in China. Ed infine il gigante asiatico mira al potenziamento della cooperazione regionale e internazionale investendo nel capitale umano anche mediante la costruzione di piattaforme e reti con cui facilitare il trasferimento tecnologico tra imprese, Università e centri di ricerca”.

Parliamo del nostro Paese. Siamo quinti per numero di pubblicazioni scientifiche ma penultimi tra i 10 paesi più grandi per i brevetti. Perché?
“In Italia si può constatare una elevata produzione scientifica, che però non si traduce in un adeguato numero di brevetti. Nel 2012, nel settori analizzati nel rapporto I-Com 2013 sull’innovazione energetica, l’Italia è la nazione che fa segnare la crescita maggiore a livello di pubblicazioni su rivista rispetto all’anno precedente. Anche se in realtà si registra una bassa intensità brevettuale in contrasto ad un’alta intensità di pubblicazioni. Sembra che l‘Italia non riesca a valorizzare le proprie attività di ricerca viste le pubblicazioni che esporta su riviste internazionali scientifiche. Si rendono indispensabili azioni in grado di far superare questa dicotomia tra il mondo della ricerca accademica e il mondo industriale per consentire al paese il trasferimento tecnologico riconosciuto dalla proprietà intellettuale e favorire quindi il potenziamento del dialogo fra il mondo della ricerca e il mondo delle imprese.
Sarebbe necessaria la contaminazione‖della ricerca con mezzi prettamente industriali in grado di incrementare le strategie per il trasferimento tecnologico, utilizzando le competenze scientifiche, risorse preziose per contribuire a far crescere il valore nel Paese.
Uno dei motivi è che nella maggior parte dei casi, le Università e gli istituti pubblici di ricerca sperimentano attività che possono essere ricondotte ai concetti di ricerca di base e applicata, e non sempre si riesce a superare il passaggio necessario alla prototipazione e, quindi, industrializzazione di prodotto o processo. D’altronde, il tessuto imprenditoriale italiano prevalentemente basato sulle PMI, specialmente in tempi di crisi come questo, risulta poco propenso ad investimenti in R&S. E’ anche difficile trovare, nel nostro Paese, venture capital da investire nell’innovazione; la Ricerca può anche partire dagli “scantinati” ma ad un certo punto deve trovare le risorse finanziarie e di sistema necessarie alla realizzazione di nuovi prodotti, altrimenti si realizza il fenomeno noto come “valle della morte” per cui i risultati scientifici non raggiungono mai lo stadio di maturità necessario per la produzione industriale”.

Restiamo sulla situazione italiana. Situazione contingente e sviluppi futuri. Il partenariato può essere una soluzione efficace? Perché? E a che punto siamo?
“Sicuramente il partenariato è uno strumento importante tra le strategie che consentono di aumentare la competitività del Paese e promuovere l’innovazione. Negli ultimi anni, le politiche governative di R&S hanno sviluppato bandi e programmi che prevedono e, quindi, consentono una comunicazione e cooperazione tra il mondo accademico e industriale. Tali proposte sono state accolte con entusiasmo da Centri di Ricerca ed Università e grandi e piccole realtà industriali che hanno integrato le proprie competenze per sviluppare dimostratori e metodologie in grado di produrre innovazione”.
Alcuni esempi di partenariato pubblico-privato sono stati sperimentati dal nostro gruppo di ricerca in Sistemi Elettrici per l’Energia del Politecnico di Bari che ne ha potuto valutare le ricadute positive sia in senso culturale che di networking nell’ambito della ricerca.
Ad esempio il MIUR, con l’Avviso per la presentazione di idee progettuali per Smart Cities and Communities and Social Innovation (di cui al Decreto Direttoriale prot. n. 391/Ric del 5 luglio 2012), il MIUR ha destinato 655,5 milioni di euro per interventi e per lo sviluppo di Città intelligenti su tutto il territorio nazionale. Il bando prevede la cooperazione di diversi attori della filiera dell’innovazione, dalle Università alle imprese.
In questo ambito il progetto RES NOVAE (Reti, Edifici, Strade ‐ Nuovi Obiettivi Virtuosi per l’Ambiente e l’Energia) vede la collaborazione di varie realtà industriali ed accademiche, nello specifico CNR, Datamanagement S.p.A., Elettronika S.r.l., ENEA, ENEL Distribuzione, General Electric, IBM, Politecnico di Bari, e Università degli Studi della Calabria, con gli obiettivi di sviluppare la rete energetica della città del futuro e un sistema innovativo per la gestione in ambito urbano dei flussi energetici integrante autoproduzione da fonti rinnovabili e dispositivi di accumulo in bassa tensione.
Per noi ricercatori universitari è stato fondamentale anche il ruolo delle Regioni che ci hanno permesso di accedere a finanziamenti europei significativi permettendo anche il potenziamento delle infrastrutture di ricerca. Già nel 2005, ad esempio, nel nostro caso, la Regione Puglia finanziava un progetto sulle Smart Grids nel settore elettrico e della distribuzione del gas che vedeva coinvolte aziende distributrici e PMI, nel 2008 l’esperienza accumulata con questo progetto ci permetteva di proporre e poi vedere finanziato un Laboratorio per l’efficienza energetica e l’integrazione delle rinnovabili in ambiente urbano (Progetto ZERO).
Sulla scorta di questa nostra esperienza riteniamo che forme di partenariato pubblico privato possono risultare estremamente utili per attivare un circolo virtuoso. I finanziamenti dell’UE possono servire a co-finanziare questi partenariati. Gli attori pubblici e privati nazionali possono beneficiare: dei Fondi strutturali come per le iniziative JASPER, JESSICA e JEREMIE; dei fondi della Banca europea per gli investimenti (BEI) e del Fondo europeo per gli investimenti (FEI); del 7° programma quadro di ricerca e sviluppo e dell’iniziativa tecnologica congiunta (ITC), etc.
I PPP possono essere istituiti nel quadro della strategia di allargamento e delle azioni di cooperazione esterna. Infatti, proprio in ambito energetico, la UE contribuisce inoltre al Fondo mondiale per la promozione dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili, un partenariato internazionale dedicato agli investitori dei paesi in via di sviluppo”.

Un breve profilo dei punti di forza e punti di debolezza nel nostro paese.
“Come si è detto la ricerca energetica nazionale è sicuramente molto presente in termini di pubblicazioni scientifiche nel panorama internazionale anche se non siamo altrettanto produttivi in termini brevettuali. Smart grids, Smart Metering, produzione da geotermico, il solare termodinamico, l’accumulo elettrico sono tra i tanti argomenti che primeggiano nelle pubblicazioni scientifiche italiane. Se però da un lato ci sono delle eccellenze e grande fervore intellettuale, dall’altro la ricerca nazionale si scontra con numerose problematiche legate purtroppo alla difficoltà di trasferire e sperimentare idee innovative. In primo luogo tra il 2008 e il 2011, periodo post crisi, i finanziamenti italiani sono scesi a un tasso di crescita annuale composto del -2,5%. Tale periodo in realtà segue uno più florido in cui in Italia si era registrato tasso di crescita annuale composto del 6,9%, tra il 2001 e il 2008, della spesa in ricerca e sviluppo (nello stesso periodo si è registrato un risultato maggiore solo in Spagna, +14,9%). Anche in relazione al Pil, inoltre, la spesa in ricerca e sviluppo erogata dall’Italia non supera l’1,25%, a differenza di quella media europea, che invece, costituisce l’1,9% del Pil. Tali investimenti modesti chiaramente si riflettono in un saldo negativo della bilancia dei pagamenti tecnologici, infatti nel 2011, esso era pari a -0,24% del Pil. E’ opportuno osservare, inoltre, che il saldo sta peggiorando nel corso degli anni: vent’anni fa era pari a un quarto del valore attuale. Da sottolineare, inoltre, il basso  contributo del capitale umano investito poiché risulta inferiore alla media europea, infatti in Italia, nel 2011, ci sono 4,3 ricercatori su 1.000 persone attive, nel 2010, in Ue27 ce n’erano 6,6”.

A cura della Redazione

Italia: cresce la ricerca ultima modifica: 2013-12-09T13:28:49+00:00 da Francesco Sellari

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