Italia: tante invenzioni, pochi brevetti

27 settembre 2013 IN PRIMO PIANO
Italia: tante invenzioni, pochi brevetti

Rapporto I-Com: eppure l’Italia è seconda nel mondo per pubblicazioni scientifiche

E’ una posizione esattamente speculare: un punto di forza e una difficoltà faccia a faccia. Nel campo della ricerca energetica di base l’Italia è al secondo posto tra i 10 maggiori  Paesi (dopo la Cina) per numero di pubblicazioni sulle migliori riviste internazionali in settori come la geotermia, la cogenerazione e l’efficienza, ma figura al penultimo posto (poco prima dell’India) per brevetti.

Il rapporto I-Com 2013 sull’innovazione energetica, che contiene questi dati, ricorda che le invenzioni non possono essere valutate a peso, in base al mero criterio quantitativo: una sola intuizione geniale può valere più di mille piccoli aggiustamenti di sistema. Tuttavia la differenza tra le 154 domande italiane presentate nel 2012 all’Ufficio europeo brevetti e il numero di brevetti di Stati Uniti (2.600), Giappone (2.600), Germania (1.341) e Spagna (415) salta agli occhi con evidenza. Le probabilità non giocano a nostro favore.

Cos’è che frena il sistema Italia rallentando il passaggio dalla teoria alla pratica e rischiando di congelare una straordinaria storia di innovazione? Dal rapporto non emerge una risposta che consenta di individuare in modo netto un colpevole. Piuttosto c’è un intreccio di concause che andrebbero rimosse una per una.

La prima e più evidente è la carenza di finanziamenti. Per la verità in Italia, nonostante la congiuntura economica, il budget per la ricerca e sviluppo in campo energetico ultimamente è aumentato avvicinandosi ai livelli del 2008, quelli prima della crisi. E la percentuale è cresciuta visto che la torta si è fatta più piccola: le risorse destinate all’energia costituivano il 5,6% della spesa totale in ricerca e sviluppo nel 2008, nel 2011 sono salite al 7,4%. Si tratta comunque di una cifra (1,3 miliardi di dollari) ancora molto lontana non solo dai 14 miliardi annui investiti dagli Stati Uniti, ma anche dai 3,8 miliardi dei francesi e dai 3,6 miliardi dei tedeschi. Non stupisce dunque che in Italia nel 2011 risultino 4,3 ricercatori su 1.000 persone attive contro una media nell’Europa a 27 di 6,6. E che nel 2010 ci siano state in Italia 1,6 domande di brevetto per miliardo di Pil contro una media nell’Europa a 27 di 2,9.

La seconda concausa è una certa difficoltà nel dialogo tra università e imprese. Mentre il mondo anglosassone ha più facilità nel riconoscere un valore oggettivo alle figure professionali dei ricercatori a prescindere dalla casacca che indossano, in Italia c’è la tendenza a vedere l’accademico come lo scienziato puro e il laboratorio aziendale come una mera fucina di profitto. Questa rigidità ostacola il flusso dei cervelli da un punto all’altro dello scacchiere della ricerca. Si rischia così di far mancare ossigeno all’accademia che, allontanandosi dal luogo concreto della produzione, tende talvolta a viaggiare in un’atmosfera troppo rarefatta, senza lo stimolo che per secoli è venuto dallo scambio di esperienze con i laboratori artigianali.

Infine c’è la fatica nel passare a una dimensione corale della ricerca, nel mettere assieme le singole voci per produrre un effetto più largo e una maggiore sintonia con la direzione d’orchestra collocata a Bruxelles. «Ci si aspetta», si legge nel rapporto I-Com, « la capacità di utilizzare meglio i fondi a disposizione. Puntando soprattutto su una minore frammentarietà dei progetti, un maggior coordinamento tra centro e periferia da collegare anche all’utilizzo dei fondi strutturali, una maggiore voce in sede europea».

Evidenziati i problemi, il rapporto, come abbiamo visto, prova a offrire anche una traccia per le soluzioni: «Forse la sfida più importante è accendere la miccia dell’innovazione nelle piccole e medie imprese, sulle quali si basa il tessuto produttivo italiano. Anche attraverso l’evoluzione dei distretti industriali in cluster innovativi dove imprese più grandi e più piccole, pubblico e privato, settori diversi collaborano per vincere nella competizione internazionale. L’energia potrebbe essere uno dei principali campi di applicazione di questa nuova visione industriale».

E I-Com 2013 conclude con una nota di – relativo – ottimismo: «Il numero delle domande di brevetto nel settore energetico è cresciuto ben più di quanto non abbia fatto la media intersettoriale. Se, infatti, nel 2000 le domande di brevetto afferenti al settore energetico costituivano il 3,9% di quelle totali, nel 2010 esse sono state pari al 5,7%».

Per ulteriori approfondimenti, www.i-com.it

Italia: tante invenzioni, pochi brevetti ultima modifica: 2013-09-27T16:26:14+00:00 da Francesco Sellari

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